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SUMMARY:ABDULLAH IBRAHIM piano solo (1° set) / MODERN STANDARDS SUPERGROUP (2° set)
DESCRIPTION:ABDULLAH IBRAHIM piano solo\nABDULLAH IBRAHIM pianoforte \nTorna a Bergamo\, a distanza di quasi 50 anni dalla prima precedente esibizione\, uno dei simboli della musica sudafricana e della lotta contro l’Apartheid a suon di musica. Nato a Città del Capo il 9 ottobre del 1934\, Abdullah Ibrahim\, che all’epoca era noto con il nome di Dollar Brand\, suonò al Teatro Donizetti la prima sera dell’edizione 1975 del festival conquistando il pubblico con quella forza evocativa che anche oggi pervade la sua musica. \nLa sua biografia è illuminante del percorso artistico e umano di cui il pianista è stato protagonista. Emerso alla fine degli anni Cinquanta prima con un proprio trio e poi con i Jazz Epistles\, formazione seminale del jazz sudafricano di cui faceva parte tra gli altri anche il trombettista Hugh Masekela\, scelse poi la via dell’esilio prima in Europa e poi negli Stati Uniti per sfuggire alla discriminazione razziale nel suo Paese. Tra i primi ad accorgersi del suo talento e della profondità della sua musica fu Duke Ellington. Gli anni Sessanta e quindi il decennio successivo\, grazie anche ad album quali Ancient Africa e African Piano\, lo consacrarono tra le figure preminenti del jazz del periodo. Posizione mantenuta anche successivamente alla guida di gruppi come gli Ekaya. Rientrato in Sudafrica nel 1990\, su invito di Nelson Mandela dopo la sua scarcerazione\, Abdullah Ibrahim non è venuto mai meno al suo ruolo di vessillo di una musicalità profondamente legata alle proprie radici e portatrice di messaggi universali. \nAnche in un album recente come Solotude del 2021 si coglie infatti appieno la poetica di un musicista di rara sensibilità. \n\n\nMODERN STANDARDS SUPERGROUP featuring ERNIE WATTS\, NIELS LAN DOKY\, FELIX PASTORIUS\, HARVEY MASON\nERNIE WATTS sassofoni\nNIELS LAN DOKY pianoforte\nFELIX PASTORIUS basso elettrico\nHARVEY MASON batteria \nUn autentico supergruppo: come recita la stessa intestazione\, non si può definire altrimenti il quartetto che schiera quattro carismatiche personalità come Ernie Watts\, Niels Lan Doky\, Felix Pastorius e Harvey Mason. Un vero poker d’assi\, detto in altre parole\, ideato nel 2022 (con Bill Evans al sax e Darryl Jones al basso) in occasione di un tour dal quale verrà poi tratto un album nel quale figurano\, oltre a composizioni originali\, riletture di brani di disparata provenienza\, a testimonianza di dove va a parare il concetto di modernità espresso dal quartetto\, da “Smells Like A Teen Spirit” dei Nirvana a “Black Hole Sun” dei Soundgarden\, da “Dancing Barefoot” di Patti Smith a “Jean Pierre” di Miles Davis. \nErnie Watts\, il più anziano dei quattro\, classe 1945\, è uno dei sassofonisti più richiesti sia in ambito jazz che rock e pop: ha militato nel mirabile Quartet West di Charlie Haden\, con il quale si è esibito a Bergamo Jazz nel 2000\, e nella GRP All Stars Big Band\, oltre ad aver suonato in tour con I Rolling Stones e registrato con Frank Zappa (The Grand Wazoo)\, Earth Wind & Fire\, Stanley Clarke\, Carole King\, Glenn Frey\, Steely Dan\, Joe Cocker e un’infinità di altri artisti. \nDi due anni più giovane è Harvey Mason\, roccioso ma dinamico batterista il cui nome rimanda direttamente agli Headhunters di Herbie Hancock e all’album omonimo del 1973\, uno dei capolavori del jazz-funk. Ma ha anche fatto parte dei Fourplay e svolto anch’egli un’intensissima attività di sideman. \nNativo di Copenaghen\, Niels Lan Doky vanta innumerevoli collaborazioni con nomi altisonanti del jazz d’oltre oceano\, da John Scofield a Pat Metheny\, da Joe Henderson a Micheal Brecker\, da Ray Brown a Charlie Haden. \nFelix Pastorius è figlio dell’indimenticato e indimenticabile Jaco\, “il più grande bassista del mondo”: dall’illustre padre ha ereditato la capacità di muoversi in contesti musicali diversi\, ma il talento è tutta farina del suo sacco. Oltre ad essere frontman degli Hipster Assassins\, Felix si è prodotto accanto a stelle come Bobby McFerrin e ha fatto parte degli Yellowjackets. \nLocandina\n\n1° set\nABDULLAH IBRAHIM piano solo \nAbdullah Ibrahim pianoforte \n\n2° set\nMODERN STANDARDS SUPERGROUP\nfeaturing ERNIE WATTS\, NIELS LAN DOKY\, FELIX PASTORIUS\, HARVEY MASON \nErnie Watts sassofoni\nNiels Lan Doky pianoforte\nFelix Pastorius basso elettrico\nHarvey Mason batteria
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SUMMARY:BOBBY WATSON Quintet (1° set) / FAMOUDOU DON MOYE “Plays Art Ensemble of Chicago” (2° set)
DESCRIPTION:BOBBY WATSON Quintet\nBOBBY WATSON sax alto\nWALLACE RONEY JR tromba\nJORDAN WILLIAMS pianoforte\nCURTIS LUNDY contrabbasso\nVICTOR JONES batteria \nNon è facile trovare un aggettivo che descriva adeguatamente uno come Bobby Watson\, veterano di mille battaglie musicali\, apparso prepotentemente sulle scene sul finire degli anni Settanta\, quando\, dal 1977 e fino al 1981\, ha fatto parte dei Jazz Messengers di Art Blakey. Della band del grande batterista\, considerata l’università del jazz per antonomasia\, è stato anche direttore musicale\, imprimendovi la propria verve e mettendosi in piena luce sia come solista che come compositore. Da allora la sua carriera si è snodata tra svariate altre collaborazioni\, numerose incisioni realizzate nelle vesti di leader\, diverse delle quali realizzate per l’italiana Red Records (Appointment in Milano\, Round Trip\, Love Remains\, tra le altre)\, e formazioni di varia foggia tra cui il notevole 29th Street Saxophone Quartet. Ovunque il sassofonista di Lawrence\, Kansas\, dove è nato nel 1953\, ha lasciato il segno della propria espressività\, forgiata nel solco della più schietta scuola di estrazione boppistica ma tutt’altro che priva di personalità. \nOggi\, superata da poco la soglia dei 70 anni\, Bobby Watson può essere considerato un “classico”\, ma nelle sue vene continua a scorrere un flusso di energia che lo mantiene ai vertici del sassofonismo contemporaneo. \nDel quintetto con il quale si presenta per la prima volta a Bergamo Jazz\, fanno parte musicisti di vasta esperienza come il contrabbassista Curtis Lundy e il batterista Victor Jones\, e giovani talentuosi come il pianista Jordan Williams e il trombettista Wallace Roney Jr\, vero figlio d’arte\, nato dal matrimonio tra i compianti Wallace Roney e Geri Allen. \n\nFAMOUDOU DON MOYE “Plays Art Ensemble of Chicago”\n50th Anniversary: The Bergamo Concert\nFAMOUDOU DON MOYE batteria e percussioni\nMOOR MOTHER voce\, spoken words\, electronics\nEDDY KWON violino\nSIMON SIEGER pianoforte e trombone\nJUNIUS PAUL contrabbasso e basso elettrico\nDUDÙ KOUATE voce\, african percussion\, water pumpkins drums\, talking drum\, ‘ngoni \nEra il 20 marzo del 1974 quando l’Art Ensemble of Chicago tenne al Teatro Donizetti uno dei suoi primi concerti italiani. Un concerto passato alla storia del festival jazz di Bergamo\, ma non solo. Un concerto che ebbe sul pubblico e tra gi addetti ai lavori un effetto dirompente\, provocando animate discussioni i cui echi non sono mai del tutto svaniti\, pur via via mitigati dal trascorrere del tempo. E in concomitanza con la ricorrenza del 50esimo anniversario di quel concerto\, Famoudou Don Moye torna a calcare il palcoscenico del Donizetti per rendere omaggio a coloro con i quali ha condiviso l’esperienza dell’Art Ensemble of Chicago\, a Lester Bowie\, a Joseph Jarman\, a Malachi Favors\, componenti\, insieme a Roscoe Mitchell e allo stesso batterista e percussionista\, di una delle formazioni più longeve e creative dell’intera storia del jazz.  Il tutto nel solco di quel rituale sonoro dal forte potere evocativo che Don Moye ripropone in modo personale reinterpretando e plasmando la musica dell’Art Ensemble attraverso il suo straordinario vissuto e valorizzando il progetto stesso con la presenza e l’apporto di giovani musicisti che hanno abbracciato a loro volta la causa della Great Black Music. La Grande Musica Nera fatta di tante musiche\, jazz\, blues\, reggae\, rock e altro ancora\, partendo dal passato e guardando al futuro. \nIl gruppo allestito da Don Moye per la speciale occasione schiera il bassista Junius Paul\, il violinista Eddy Kwon\, il pianista e trombonista Simon Sieger\, la poetessa e musicista elettronica Camae Aiewa alias Moor Mother e Dudù Kouate\, percussionista\, polistrumentista e griot senegalese che a Bergamo è di casa e che collabora con Don Moye\, sia nell’Art Ensemble che in altri gruppi\, dal 2017. \nLocandina\n\n1° set\nBOBBY WATSON Quintet \nBobby Watson sax alto\nWallace Roney Jr tromba\nJordan Williams pianoforte\nCurtis Lundy contrabbasso\nVictor Jones batteria \n\n2° set\nFAMOUDOU DON MOYE “Plays Art Ensemble of Chicago”\n50th Bergamo Celebration Concert \nFamoudou Don Moye batteria e percussioni\nMoor Mother voce\, spoken words\, electronics\nEddy Kwon violino\nSimon Sieger pianoforte e trombone\nJunius Paul contrabbasso e basso elettrico\nDudù Kouate voce\, african percussion\, water pumpkins drums\, talking drum\, ‘ngoni
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SUMMARY:JOHN SCOFIELD “Yankee Go Home” (1° set) / MIGUEL ZENÓN Quartet (2° set)
DESCRIPTION:JOHN SCOFIELD “Yankee Go Home” featuring VICENTE ARCHER\, JON COWHERD & JOSH DION\nJOHN SCOFIELD chitarra\nJON COWHERD pianoforte\nVICENTE ARCHER contrabbasso\nJOSH DION batteria \nAlla quinta apparizione a Bergamo Jazz\, sempre con gruppi diversi\, la prima nel 1991 con il quartetto in cui militava Joe Lovano e l’ultima nel 2013 in trio con Larry Goldings e Greg Hutchinson\, John Scofield propone questa volta un suo viaggio personale tra la musica a stelle e strisce. Da qui il nome del quartetto\, che in modo un po’ autoironico ma anche affettuoso gioca con la parola “yankee”. «Questa band suona roots-rock-jazz\, se devo necessariamente definire la musica che suoniamo\, anche se detesto farlo!»\, racconta lo stesso chitarrista originario di Dayton\, Ohio\, «Il concetto è quello di proporre cover di brani rock e folk iconici\, oltre ad alcune mie composizioni scritte partendo da queste musiche. È un modo per riconnettermi con le mie radici di quando ero adolescente\, naturalmente ora intrise dei miei 50 anni di pratica jazzistica». E sui tre partner che lo coadiuvano in questa avventura dice: «Sono musicisti straordinariamente versatili\, capaci anche di interagire tra loro. Insieme esploriamo il rock\, il funk\, il country\, il jazz e ci divertiamo moltissimo a farlo. Sono entusiasta di questa band!». Per dare un’idea\, ecco un po’ dei pezzi che Scofield e i suoi amano suonare: “Old Man” e “Only Love Can Break Your Heart” di Neil Young\, “The Creator Has A Master Plan” di Pharoah Saunders\, uno dei portabandiera dello spiritual jazz\, “Uncle John’s Band” e “Estimated Prophet” dei Grateful Dead\, “Somewhere” di Leonard Bernstein\, “Jesus Children of America” di Stevie Wonder\, “Not Fade Away” di Buddy Holly\, “The Grand Tour” del countryman George Jones. Alcuni di questi brani fanno anche capolino nell’ultimo album registrato da John Scofield per ECM\, Uncle John’s Band\, disco che prende il nome proprio dal celebre brano del gruppo di Jerry Garcia e nel quale compare lo stesso Vicente Archer\, insieme al batterista Bill Stewart. \nA far da collante\, nel disco come dal vivo\, è in ogni caso lo stile inconfondibile\, dalle palpabili venature bluesy\, di uno dei giganti della chitarra jazz di oggi. \n\nMIGUEL ZENÓN QUARTET\nMIGUEL ZENÓN sax alto\nLUIS PERDOMO pianoforte\nHANS GLAWISCHNIG contrabbasso\nDAN WEISS batteria \nSul palcoscenico del Teatro Donizetti ci è già salito una volta\, nel 2010 insieme al San Francisco Jazz Collective\, quando era ancora un talento emergente. Ora Miguel Zenón si presenta nelle vesti di autorevole leader di un rodato quartetto che è tra le punte di diamante della attuale scena del latin jazz\, ma non solo. Nato e cresciuto a San Juan\, capitale di Porto Rico\, Miguel Zenón è oggi\, infatti\, uno dei maggiori contraltisti in circolazione\, nel cui fraseggio fluente si rileva una profonda conoscenza del linguaggio jazzistico\, e nella sua musica c’è un po’ tutto il patrimonio delle musiche d’America. Non a caso uno dei suoi album più riusciti si intitola Música de Las Américas\, a simboleggiare una sintesi tra suoni e ritmi nati in luoghi diversi ma legati da radici comuni. Una musica che\, per usare le parole dello stesso sassofonista\, «si ispira alla storia del continente americano: non solo prima della colonizzazione europea\, ma anche da ciò che è successo da allora in poi\, in una sorta di relazione tra causa ed effetto». Il risultato è un brillante mix che segue un filo rosso «che va da New Orleans al Brasile\, dall’America Centrale all’Africa\, attraverso tutte le epoche\, dalle musiche di tradizione al pop contemporaneo. Quando uno ascolta la mia musica vorrei che fosse trascinato dal ritmo e nello stesso tempo attratto dalla sua modernità armonica e melodica»\, prosegue Zenón\, al cui fianco agiscono tre musicisti di assoluto valore\, il pianista venezuelano Luis Perdomo\, autentico fuoriclasse del latin piano jazz\, il bassista di origine austriaca Hans Glawischnig e il batterista Henry Cole\, anch’egli nativo di San Juan. \nPiù volte nominato ai Grammy e insignito di numerosi riconoscimenti\, Miguel Zenón ha in curriculum numerose collaborazioni che ne attestano ulteriormente la statura: oltre al già citato San Francisco Jazz Collective\, vale la pena ricordare Charlie Haden\, Fred Hersch\, Danilo Perez\, la Village Vanguard Orchestra\, Kurt Elling\, Steve Coleman\, la Mingus Big Band e Bobby Hutcherson. \nLocandina\n\n1° set\nJOHN SCOFIELD “Yankee Go Home” featuring VICENTE ARCHER\, JON COWHERD & JOSH DION \nJohn Scofield chitarra\nJon Cowherd pianoforte\nVicente Archer contrabbasso\nJosh Dion batteria \n\n2° set\nMIGUEL ZENÓN QUARTET \nMiguel Zenón sax alto\nLuis Perdomo pianoforte\nHans Glawischnig contrabbasso\nDan Weiss batteria
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SUMMARY:RICHARD BONA
DESCRIPTION:La serata del 26 marzo sarà composta da 2 set:\nSet 1: RICHARD GALLIANO New York Tango Trio\nSet 2: RICHARD BONA\nIl biglietto comprende entrambi i concerti\nVirtuosismo strumentale alla Jaco Pastorious\, fluidità vocale alla George Benson\, senso della canzone e dell’armonia alla Joao Gilberto e il tutto mescolato con la cultura africana. Il risultato di questa originalissima combinazione non può che essere uno solo: Richard Bona. \nNato in Camerun\, figlio d’arte discendente da un griot\, Richard Bona è approdato a New York a metà degli anni Novanta\, non prima di aver fatto tappe intermedie in Germania e a Parigi: i paragoni con il mitico Jaco si sono subito sprecati ma molto presto ci si è resi conto che quel bassista arrivato dall’Africa brillava di luce propria. E così sono iniziate le collaborazioni altolocate con Harry Belafonte\, la stessa Jaco Pastorius Big Band\, gli Steps Ahead di Mike Mainieri\, Joe Zawinul\, Pat Metheny\, George Benson\, Mike Stern\, Branford Marsalis\, Bobby McFerrin\, Chaka Khan\, Michael e Randy Brecker e via così. \nIn tutto questo Richard Bona non ha mai reciso il legame con le proprie radici: nei numerosi album incisi nelle vesti di leader\, si rileva una naturale inclinazione alla narrazione attraverso i suoni\, che si traduce anche nel prendere posizione su tematiche sociali\, nel difendere i popoli oppressi. Per esempio\, The Ten Shades of Blues\, uno dei suoi album più riusciti\, è una sorta di viaggio tra le diverse sfumature del blues che affiorano nelle musiche del Sahel\, di Brasile\, India\, Stati Uniti e Camerun. \nIn altre parole\, la musica di Richard Bona si potrebbe far confluire nell’area della fusion\, ma con quelle specificità che solo un autore e un musicista con la sensibilità come la sua può esprimere. Una musica che ha la propria principale ragione d’essere in una innata urgenza comunicativa.
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SUMMARY:RICHARD GALLIANO New York Tango Trio
DESCRIPTION:La serata del 26 marzo sarà composta da 2 set:\nSet 1: RICHARD GALLIANO New York Tango Trio\nSet 2: RICHARD BONA\nIl biglietto comprende entrambi i concerti\nA 13 anni dalla sua precedente apparizione a Bergamo Jazz\, in coppia con il polistrumentista inglese John Surman\, torna sul palcoscenico del Teatro Donizetti colui che ha donato alla fisarmonica una vitalità espressiva mai prima così accentuata\, grazie a quella straordinaria miscela di new musette e new tango di cui lo stesso Richard Galliano si è fatto artefice e autorevole interprete. \n«Jazz\, musette\, tango si nutrono degli stessi ingredienti\, rapporto con la danza\, melodie forti\, armonie precise e raffinate. Con Adrien Moigard e Diego Imbert mi confronto con tutto ciò suonando ogni concerto in modo totalmente libero\, a volte lontano dalla partitura ma mai dall’anima del compositore»\, specifica lo stesso musicista transalpino. \nArrivato a Parigi nel 1975\, Richard Galliano ha fatto subito la conoscenza di Claude Nougaro\, con il quale sarà amico\, fisarmonicista ma anche suo direttore d’orchestra\, fino al 1983. Il secondo incontro decisivo avrà luogo nel 1980\, con Astor Piazzolla: il geniale compositore e bandoneonista argentino lo incoraggerà fortemente a creare la “nuova musette” francese\, come lui stesso in precedenza aveva inventato il “nuovo tango” argentino. \nNell’arco della sua carriera Richard Galliano ha collaborato con un numero impressionante di artisti e musicisti di elevato profilo: in ambito jazz\, Chet Baker\, Eddy Louiss\, Ron Carter\, Wynton Marsalis\, Charlie Haden\, Gary Burton\, Michel Portal\, Toots Thielemans\, Kurt Elling\, Enrico Rava e molti altri ancora; Serge Reggiani\, Claude Nougaro\, Barbara\, Juliette Greco\, Dick Annegarn\, Georges Moustaki\, Allain Leprest\, Charles Aznavour\, Serge Gainsbourg\, per la canzone francese.
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SUMMARY:HAMID DRAKE “Turiya: Honoring Alice Coltrane” Special guest SHABAKA HUTCHINGS
DESCRIPTION:La serata del 25 marzo sarà composta da 2 set:\nSet 1: LAKECIA BEJAMIN “Phoenix”\nSet 2: HAMID DRAKE “Turiya: Honoring Alice Coltrane” – Special guest SHABAKA HUTCHINGS\nIl biglietto comprende entrambi i concerti\nIl pubblico di Bergamo Jazz ha più volte in passato potuto apprezzarne le qualità che ne hanno fatto di Hamid Drake uno dei batteristi jazz di matrice afroamericana più richiesti. Stavolta invece potrà coglierne le capacità ideative di un progetto dedicato a uno dei simboli delle musiche senza confini: Alice Coltrane. E nel dar peso al proprio tributo\, il batterista di Chicago ha dato vita a un supergruppo che nella speciale occasione si avvale della presenza del sassofonista britannico Shabaka Hutchings\, personalità di grande carisma cui si devono gruppi esplosivi come Sons of Kemet\, A Comet Is Coming e Shabaka and The Ancestors. \nDi primissimo ordine è il resto del cast\, con l’alchimista elettronico Jan Bang\, figura di spicco della scena musicale scandinava\, gli americani Jamie Saft\, ben noto per il suo sodalizio con John Zorn\, e Joshua Abrams\, bassista dalle variegatissime esperienze\, e l’italiano Pasquale Mirra che con lo stesso Hamid Drake vanta ormai lunga frequentazione artistica. In primo piano c’è anche la danzatrice Ngoho Ange\, che con i suoi movimenti esplicita visivamente i contenuti musicali. \nArpista\, pianista\, organista\, compositrice\, nonché ultima compagna nella vita come nell’arte di John Coltrane\, Alice Coltrane ha incarnato un’idea di fare musica come punto di incontro tra culture diverse\, come veicolo per comunicare una profonda spiritualità vissuta intensamente in prima persona. \nCon queste parole la ricorda Hamid Drake: «Avevo 16 anni quando ho incontrato per la prima volta Alice Coltrane\, a un concerto a Ravinia Park\, fuori Chicago. Ci siamo scambiati gli indirizzi e poi ci siamo scritti. La sua creatività ha avuto un fortissimo impatto su numerosi musicisti e ascoltatori. Per me era ed è tuttora molto potente. Mi ha regalato un’apertura spirituale ed estetica che coltivo continuamente. Questo progetto è il mio modo di onorare il grande essere che ha permesso all’adolescente di continuare sulla strada della scoperta\, dello stupore e della ricerca della propria voce».
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SUMMARY:LAKECIA BENJAMIN “Phoenix”
DESCRIPTION:La serata del 25 marzo sarà composta da 2 set:\nSet 1: LAKECIA BEJAMIN “Phoenix”\nSet 2: HAMID DRAKE “Turiya: Honoring Alice Coltrane” – Special guest SHABAKA HUTCHINGS\nIl biglietto comprende entrambi i concerti\nNata e cresciuta a New York\, per l’esattezza nella zona di Washington Heights\, abitata da una popolazione di prevalente origine o discendenza dominicana\, Lakecia Bemjamin è uno dei nomi nuovi del jazz d’oltreoceano\, uno dei più talentuosi\, come sassofonista ma anche come musicista\, compositrice e band leader più in generale. «Sono cresciuta con l’hip-hop e le playlist radiofoniche. Vivendo poi in una comunità latina ho anche suonato merengue\, salsa e la bachata. Anche perché nella comunità afroamericana sei incoraggiato a suonare tutte le forme di black music»\, racconta. Suo mentore è stato il sassofonista Gary Bartz che l’ha introdotta all’arte di grandi maestri del sax come Charlie Parker\, Jackie McLean e Coltrane. L’apprendistato lo ha poi fatto suonando con Clark Terry\, Anita Baker\, Count Basie Orchestra\, Kool and The Gang\, Macy Gray\, The Roots\, Stevie Wonder e molti altri. \nNel 2020 si è fatta notare a livello internazionale con l’album Pursuance: The Coltranes\, sentito omaggio a John e Alice Coltrane. Ora ha un nuovo disco fresco di stampa da proporre dal vivo\, Phoenix\, prodotto dalla batterista Terri Lyne Carrington e registrato con i suoi abituali partner e ospiti di riguardo quali Dianne Reeves\, Georgia Anne Muldrow\, Patrice Rushen e Sonia Sanchez. Nel brano di apertura\, “Amerikan Skin”\, c’è l’attivista e scrittrice afroamericana Angela Davis\, mentre in “Supernova” si ascolta la voce di Wayne Shorter. «In Phoenix ho voluto coinvolgere persone che non solo fossero in sintonia con la mia musica\, ma che testimoniassero le nostre comuni radici»\, specifica Lakecia Benjamin a proposito di un album che partendo dall’humus culturale afroamericano riflette bene il presente e si proietta verso il futuro.
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SUMMARY:CÉCILE McLORIN SALVANT
DESCRIPTION:La serata del 24 marzo sarà composta da 2 set:\nSet 1: PAOLO FRESU & RITA MARCOTULLI\nSet 2: CÉCILE McLORIN SALVANT\nIl biglietto comprende entrambi i concerti\n«Canta standard\, melodie del passato e novità\, con una voce tesa\, dura\, elusivamente bella\, errando verso materiali con testi impegnati e luoghi difficili della storia». Così il New York Times scrive a proposito di Cécile McLorin Salvant\, la nuova voce del jazz che si sta conquistando ovunque vasta popolarità. La sua voce è stata anche descritta come «unica\, supportata da un’intelligenza e una musicalità che illuminano ogni nota che canta». Cécile McLorin Salvant ha sviluppato una passione per la narrazione e la ricerca di connessioni tra vaudeville\, blues\, tradizioni popolari di tutto il mondo\, teatro\, jazz e musica barocca. Grazie al suo eclettismo sono rivenute alla luce canzoni dimenticate e registrate di rado\, da lei riproposte con nuove dinamiche\, colpi di scena inaspettati e umorismo. Nel 2010 ha vinto il concorso Thelonious Monk\, nel 2016\, 2018 e 2019 i Grammy Awards per il miglior album di jazz vocale\, rispettivamente con For One To Love\, Dreams and Daggers e The Window; nel 2022 si è aggiudicata i referendum di Down Beat\, sia quello della critica internazionale che dei lettori della prestigiosa rivista statunitense. E sempre nel 2022 è stata premiata dalla Jazz Journalists Association come miglior cantante dell’anno. Insomma\, a Cécile McLorin Salvant non mancano certo i riconoscimenti più prestigiosi. \nIl suo ultimo album si intitola Ghost Song e allinea autori di disparata provenienza come Kate Bush\, Kurt Weill\, Gregory Porter e Sting\, oltre a brani usciti dalla penna della stessa cantante originaria di Miami. Una bella premessa alla sua apparizione sul palco del Donizetti.
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SUMMARY:PAOLO FRESU & RITA MARCOTULLI
DESCRIPTION:La serata del 24 marzo sarà composta da 2 set:\nSet 1: PAOLO FRESU & RITA MARCOTULLI\nSet 2: CÉCILE McLORIN SALVANT\nIl biglietto comprende entrambi i concerti\nLa nuova coppia del jazz italiano\, ma non solo\, vista la comprovata caratura internazionale di entrambi i musicisti. Benché si conoscano e si stimino vicendevolmente da sempre e che abbiano spesso incrociato i propri strumenti in diversi progetti\, Paolo Fresu e Rita Marcotulli non avevano ancora pensato fino a poco tempo fa ad un incontro ravvicinato. Il risultato è un duo che ha tutte le carte in regola per affascinare e conquistare\, sullo sfondo di melodie avvolgenti\, eterne. Ovvio che si giochi “in casa”. Ovvio che non manchi quel famoso tocco mediterraneo che i due conoscono alla perfezione. Sensibilità\, nuance e poesia da ricercare nell’intimo di due grandi interpreti della musica contemporanea: ciò che li accomuna è sicuramente la ricerca del “bello” dell’arte musicale\, talvolta in maniera semplice\, diretta\, acustica; talvolta invece filtrato da un pizzico di elettronica che fa sconfinare il progetto nell’immensa tavolozza dei colori della musica contemporanea. Con bene in testa la capacità di improvvisare e conquistare territori impensati. Con bene in testa il jazz che li ha fatti crescere ma specialmente tutto ciò che è buona musica. Un incontro fatto di grazia\, sensibilità ed emozioni. Architettato con sapienza e proposto con stile ed eleganza. Non servono molte altre parole. Questo è un concerto di quelli che servono alla testa ma da lasciare scendere nel cuore. \nPaolo Fresu\, beniamino del pubblico di ogni latitudine e longitudine\, è stato Direttore Artistico di Bergamo Jazz dal 2009 al 2011 e al Donizetti ha suonato innumerevoli vote\, in combinazioni sempre differenti\, e questa sua nuova apparizione insieme a una pianista elegante e raffinata come Rita Marcotulli non potrà che lasciare un nuovo\, indelebile segno.
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