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SUMMARY:Il berretto a sonagli
DESCRIPTION:Per Luigi Pirandello la vita è una “soglia” troppo affollata del “nulla”… E tutta la sua opera ruota attorno a questo “nulla” affollato di “apparenze”\, di ombre che si agitano nel dolore e nella pazzia. Solo “i personaggi” sono “veri” e “vivi”. Il berretto a sonagli è una tragedia della mente. Ma porta in faccia la maschera della “farsa”. Pirandello mette sulla scena un “uomo vecchio” uno di quegli uomini “invisibili”\, senza importanza\, schiacciato nella “morsa” della vita e\, poiché́ è un “niente di uomo” è trattato come se fosse niente: questa “domanda disperata” nasconde la concezione di se stesso\, torturata e orgogliosa\, di un uomo dissolto nel “nulla” del mondo\, un nulla affollato da fantocci\, da pupi. Da fantasmi umani. Che spiano e che parlano. Parlano parole già̀ “parlate”\, consumate. E sul nostro palcoscenico\, “come trovati per caso”: un vecchio fondale “come fosse abbandonato” e pochi elementi\, “come relitti” di un salottino borghese\, e “per bene”\, dove viene rappresentato un banale “pezzetto” di vita di una “famiglia perbene” o di una “famigliaccia per bene” che fa i conti con l’assillante angoscia di dover essere “per gli altri”\, di fronte agli altri. Come se la propria vita fosse\, per statuto\, una recita per “gli altri” che sono gli spettatori ingiusti e feroci\, della propria vita. Del proprio “teatro”. Vita di uomini che non sono altro che un segno che indica il nulla\, fatto di apparenze\, di fantasmi\, di tutto quello che l’“io” è per gli altri. È l’“essere-per-gli-altri” a prendere il sopravvento perché l’“essere-con-gli-altri” è comunque il nostro “essere ineludibile”. \nCiampa “scrive”\, ha un mondo suo\, ma solo di notte\, di nascosto\, come i delinquenti\, quando “gli altri” dormono. Ma\, di giorno: Io sono la doxa\, il “si dice”. È proprio il “si dice” ad “essere” la stessa sostanza identitaria del mio “io”. È il “segno” della perversione del mondo degli altri. Quel “mondo degli altri” che percepisce il mio mondo come\, appunto\, il mio mondo (il mio essere) “appare” a lui\, a quel mondo che “non” sono “io”. Ma chi sono “io”? Chi è questo “io”? Questo “io” che è uno\, nessuno e centomila. Questo “io” è “uno” con me stesso e “un altro io” con ognuno degli altri “io” che vivono nella “società dei pupi”: questo “io” è determinato\, nel suo essere\, dalle centomila interazioni sociali\, amorose\, erotiche\, amicali che quelle “interazioni” contribuiscono a frammentare. È questo “io” fatto a pezzettini che non ha più scampo. L’unica speranza è difendere l’“io” dall’aggressione degli altri. Ma come? Ciampa usa spranghe alle porte\, catenacci\, paletti per difendere il suo “io”. Ma non ci riesce. È costretto a uscire\, a “sporcarsi le mani”\, direbbe Sartre. Esistere. Ma esistere vuol dire “mettere in gioco” se stesso. E allora la “corda civile” e la “corda seria” non servono più̀. È la “corda pazza” che scatta. E scatta per tutti. Non si può̀ difendere il proprio “io” dagli attacchi del mondo. Non è possibile uscire dal mondo\, uscire da noi stessi. Se lo facciamo siamo morti viventi. \nGabriele Lavia
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DESCRIPTION:Per Luigi Pirandello la vita è una “soglia” troppo affollata del “nulla”… E tutta la sua opera ruota attorno a questo “nulla” affollato di “apparenze”\, di ombre che si agitano nel dolore e nella pazzia. Solo “i personaggi” sono “veri” e “vivi”. Il berretto a sonagli è una tragedia della mente. Ma porta in faccia la maschera della “farsa”. Pirandello mette sulla scena un “uomo vecchio” uno di quegli uomini “invisibili”\, senza importanza\, schiacciato nella “morsa” della vita e\, poiché́ è un “niente di uomo” è trattato come se fosse niente: questa “domanda disperata” nasconde la concezione di se stesso\, torturata e orgogliosa\, di un uomo dissolto nel “nulla” del mondo\, un nulla affollato da fantocci\, da pupi. Da fantasmi umani. Che spiano e che parlano. Parlano parole già̀ “parlate”\, consumate. E sul nostro palcoscenico\, “come trovati per caso”: un vecchio fondale “come fosse abbandonato” e pochi elementi\, “come relitti” di un salottino borghese\, e “per bene”\, dove viene rappresentato un banale “pezzetto” di vita di una “famiglia perbene” o di una “famigliaccia per bene” che fa i conti con l’assillante angoscia di dover essere “per gli altri”\, di fronte agli altri. Come se la propria vita fosse\, per statuto\, una recita per “gli altri” che sono gli spettatori ingiusti e feroci\, della propria vita. Del proprio “teatro”. Vita di uomini che non sono altro che un segno che indica il nulla\, fatto di apparenze\, di fantasmi\, di tutto quello che l’“io” è per gli altri. È l’“essere-per-gli-altri” a prendere il sopravvento perché l’“essere-con-gli-altri” è comunque il nostro “essere ineludibile”. \nCiampa “scrive”\, ha un mondo suo\, ma solo di notte\, di nascosto\, come i delinquenti\, quando “gli altri” dormono. Ma\, di giorno: Io sono la doxa\, il “si dice”. È proprio il “si dice” ad “essere” la stessa sostanza identitaria del mio “io”. È il “segno” della perversione del mondo degli altri. Quel “mondo degli altri” che percepisce il mio mondo come\, appunto\, il mio mondo (il mio essere) “appare” a lui\, a quel mondo che “non” sono “io”. Ma chi sono “io”? Chi è questo “io”? Questo “io” che è uno\, nessuno e centomila. Questo “io” è “uno” con me stesso e “un altro io” con ognuno degli altri “io” che vivono nella “società dei pupi”: questo “io” è determinato\, nel suo essere\, dalle centomila interazioni sociali\, amorose\, erotiche\, amicali che quelle “interazioni” contribuiscono a frammentare. È questo “io” fatto a pezzettini che non ha più scampo. L’unica speranza è difendere l’“io” dall’aggressione degli altri. Ma come? Ciampa usa spranghe alle porte\, catenacci\, paletti per difendere il suo “io”. Ma non ci riesce. È costretto a uscire\, a “sporcarsi le mani”\, direbbe Sartre. Esistere. Ma esistere vuol dire “mettere in gioco” se stesso. E allora la “corda civile” e la “corda seria” non servono più̀. È la “corda pazza” che scatta. E scatta per tutti. Non si può̀ difendere il proprio “io” dagli attacchi del mondo. Non è possibile uscire dal mondo\, uscire da noi stessi. Se lo facciamo siamo morti viventi. \nGabriele Lavia
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DESCRIPTION:Per Luigi Pirandello la vita è una “soglia” troppo affollata del “nulla”… E tutta la sua opera ruota attorno a questo “nulla” affollato di “apparenze”\, di ombre che si agitano nel dolore e nella pazzia. Solo “i personaggi” sono “veri” e “vivi”. Il berretto a sonagli è una tragedia della mente. Ma porta in faccia la maschera della “farsa”. Pirandello mette sulla scena un “uomo vecchio” uno di quegli uomini “invisibili”\, senza importanza\, schiacciato nella “morsa” della vita e\, poiché́ è un “niente di uomo” è trattato come se fosse niente: questa “domanda disperata” nasconde la concezione di se stesso\, torturata e orgogliosa\, di un uomo dissolto nel “nulla” del mondo\, un nulla affollato da fantocci\, da pupi. Da fantasmi umani. Che spiano e che parlano. Parlano parole già̀ “parlate”\, consumate. E sul nostro palcoscenico\, “come trovati per caso”: un vecchio fondale “come fosse abbandonato” e pochi elementi\, “come relitti” di un salottino borghese\, e “per bene”\, dove viene rappresentato un banale “pezzetto” di vita di una “famiglia perbene” o di una “famigliaccia per bene” che fa i conti con l’assillante angoscia di dover essere “per gli altri”\, di fronte agli altri. Come se la propria vita fosse\, per statuto\, una recita per “gli altri” che sono gli spettatori ingiusti e feroci\, della propria vita. Del proprio “teatro”. Vita di uomini che non sono altro che un segno che indica il nulla\, fatto di apparenze\, di fantasmi\, di tutto quello che l’“io” è per gli altri. È l’“essere-per-gli-altri” a prendere il sopravvento perché l’“essere-con-gli-altri” è comunque il nostro “essere ineludibile”. \nCiampa “scrive”\, ha un mondo suo\, ma solo di notte\, di nascosto\, come i delinquenti\, quando “gli altri” dormono. Ma\, di giorno: Io sono la doxa\, il “si dice”. È proprio il “si dice” ad “essere” la stessa sostanza identitaria del mio “io”. È il “segno” della perversione del mondo degli altri. Quel “mondo degli altri” che percepisce il mio mondo come\, appunto\, il mio mondo (il mio essere) “appare” a lui\, a quel mondo che “non” sono “io”. Ma chi sono “io”? Chi è questo “io”? Questo “io” che è uno\, nessuno e centomila. Questo “io” è “uno” con me stesso e “un altro io” con ognuno degli altri “io” che vivono nella “società dei pupi”: questo “io” è determinato\, nel suo essere\, dalle centomila interazioni sociali\, amorose\, erotiche\, amicali che quelle “interazioni” contribuiscono a frammentare. È questo “io” fatto a pezzettini che non ha più scampo. L’unica speranza è difendere l’“io” dall’aggressione degli altri. Ma come? Ciampa usa spranghe alle porte\, catenacci\, paletti per difendere il suo “io”. Ma non ci riesce. È costretto a uscire\, a “sporcarsi le mani”\, direbbe Sartre. Esistere. Ma esistere vuol dire “mettere in gioco” se stesso. E allora la “corda civile” e la “corda seria” non servono più̀. È la “corda pazza” che scatta. E scatta per tutti. Non si può̀ difendere il proprio “io” dagli attacchi del mondo. Non è possibile uscire dal mondo\, uscire da noi stessi. Se lo facciamo siamo morti viventi. \nGabriele Lavia
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SUMMARY:Moby Dick alla prova
DESCRIPTION:Dal 31 gennaio al 5 febbraio 2023 | Ridotto Gavazzeni\nMUSE in collaborazione con PAMS Foundation\nUmanità contro\n\nIn occasione delle rappresentazioni di Moby Dick alla prova sarà visitabile nel Ridotto Gavazzeni del Teatro Donizetti l’installazione Umanità contro\, a cura di MUSE – Museo delle Scienze di Trento in collaborazione con PAMS Foundation.  \nUmanità contro racconta di noi e delle relazioni che la specie umana intrattiene\, da millenni\, con l’altro da sé e dell’irrefrenabile pulsione a distruggere e prevaricare. Giocando sulla mutevole prospettiva del fruitore rispetto alle illustrazioni di cetacei curate dall’artista Sara Filippi Plotegher\, l’installazione propone una rilettura della lotta tra Achab e Moby Dick offrendo una nuova prospettiva rispetto alla più rilevante sfida della contemporaneità: un nuovo rapporto con la natura che deve prima di tutto passare per una ‘resa dei conti’ interna alla nostra specie.   \nAll’interno dello spazio semicircolare dell’istallazione\, la caccia alla “balena” viene letta nell’ambito della grande defaunazione in corso. Ecco che la storia di una specie marina diviene emblema di un modo sistemico di operare da parte dell’umanità.\nAlla fine dell’esperienza\, gli spettatori riceveranno un adesivo che potrà essere collocato su grandi balene illustrate. Affidando a questi cetacei un pensiero\, una riflessione\, il messaggio viaggerà con “Moby Dick alla prova”\, di teatro in teatro e poi fino al MUSE\, a Trento\, costruendo la storia collettiva dell’installazione. \n\nL’istallazione è visitabile\, nei giorni di spettacolo\, da martedì a sabato dalle 20.00 e domenica dalle 15.00\, fino al termine dello spettacolo\, esclusivamente dai possessori del biglietto per “Moby Dick alla prova”. \n\n\n\n\nScopri di più sul progetto\n\nMoby Dick alla prova\, scritto (oltre che\, a suo tempo\, diretto e interpretato) da Orson Welles\, è lo spettacolo a cui Elio De Capitani ha lavorato nel corso dell’inverno del 2020/21 e che è giunto al debutto l’11 gennaio ’22 all’Elfo Puccini di Milano\, ottenendo un notevolissimo successo. \n«Il testo di Welles\, inedito in Italia\, è un esperimento molteplice\, sottolinea il regista. Blank verse shakespeariano\, una sintesi estrema del romanzo\, personaggi bellissimi\, restituiti in modo magistrale e parti cantate. Noi abbiamo realizzato questo spettacolo ‘totale’\, con in più la gioia di una sfida finale impossibile: l’apparizione del capodoglio. E con un semplice trucco teatrale siamo riusciti a crearla in scena». \nLa produzione di questo spettacolo di dimensioni corali vede associati il Teatro dell’Elfo e il Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale. \nIn scena accanto a De Capitani (che interpreta Achab\, padre Mapple\, Lear e l’impresario teatrale)  troviamo Cristina Crippa\, Angelo Di Genio\, Marco Bonadei\, Enzo Curcurù\, Alessandro Lussiana\, Massimo Somaglino\, Michele Costabile\, Giulia Viana\, Vincenzo Zampa. Il cast salda le eccellenze artistiche di tre generazioni di interpreti. La musica dal vivo di Mario Arcari e i canti diretti da Francesca Breschi (vibranti rielaborazioni degli sea shanties) riempiono intensamente la scena generando emozioni profonde\, in uno spazio dominato da un fondale enorme\, eppure leggero\, cangiante e mutevole\, capace di evocare l’immensità del mare e la presenza incombente del capodoglio. \nOrson Welles portò al debutto il suo testo il 16 giugno 1955\, al Duke of York’s Theatre di Londra. Lo mise in scena in un palco praticamente vuoto\, scegliendo di non dare al pubblico né mare\, né balene\, né navi. Solo una compagnia di attori e se stesso in quattro ruoli\, Achab compreso. E vinse la sfida di portare in teatro l’oceanico romanzo di Melville gettando un ponte tra la tragedia di Re Lear e Moby-Dick: l’ostinazione del re – che la vita\, atroce maestra\, infine redimerà – si rispecchia in quella irredimibile\, fino all’ultimo istante\, dell’oscuro e tormentato capitano del Pequod. \nSplendidamente tradotto per l’Elfo dalla poetessa Cristina Viti\, il copione di Welles restituisce con forza d’immagini la prosa del romanzo.
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