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SUMMARY:La Principessa della Czarda
DESCRIPTION:Presentata al Teatro Johann Strauss di Vienna il 13 novembre 1915\, proprio nei giorni dell’assassinio di Sarajevo e dello scoppio della prima guerra mondiale\, “La Principessa della Czarda” ottenne uno dei più grandi successi della storia dell’operetta (successo che si è rinnovato intatto fino ai nostri giorni). Il libretto si rifà alla tipica atmosfera del crepuscolo dell’Impero Asburgico\, ispirandosi alle più frequenti conversazioni da salotto e all’argomento più popolare in quell’epoca: quello dei matrimoni impossibili tra rampolli dell’aristocrazia viennese e belle ed affascinanti primedonne del varietà. \nIl giovane principe di Lyppert-Weylersheim\, Edvino\, trascorre le sue serate in un celebre locale notturno di Budapest\, l’Orpheum. Qui si innamora di Sylva\, diva del momento. Purtroppo il suo romanzo d’amore è destinato a durare poco.  Infatti suo padre\, venuto a conoscenza della cosa\, ha fatto ingaggiare Sylva per una tournée in America e ha preparato per il figlio un fidanzamento ufficiale con la contessina Stasi. Ma Sylva ed Edvino si amano profondamente e\, prima di lasciarsi\, il principe stipula un contratto di nozze col quale promette di sposarla entro otto settimane… \nLa classica e osteggiata storia d’amore è però condita dalla presenza spassosa degli amici del Principe\, i Conti Boni e Feri\, troviamo poi un coloritissimo Militare e la impacciatissima contessina Stasi. Vi è poi addirittura una presenza misteriosa che accomuna tutti i protagonisti.\nNon mancano insomma tutti gli ingredienti per uno spettacolo gradevolissimo e dal contenuto musicale veramente straordinario.\nDirige l’orchestra “Cantieri d’Arte” il M° Stefano Giaroli\, ben noto al pubblico del Donizetti e da sempre difensore e promotore del contenuto lirico del genere operettistico.
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SUMMARY:Il berretto a sonagli
DESCRIPTION:Per Luigi Pirandello la vita è una “soglia” troppo affollata del “nulla”… E tutta la sua opera ruota attorno a questo “nulla” affollato di “apparenze”\, di ombre che si agitano nel dolore e nella pazzia. Solo “i personaggi” sono “veri” e “vivi”. Il berretto a sonagli è una tragedia della mente. Ma porta in faccia la maschera della “farsa”. Pirandello mette sulla scena un “uomo vecchio” uno di quegli uomini “invisibili”\, senza importanza\, schiacciato nella “morsa” della vita e\, poiché́ è un “niente di uomo” è trattato come se fosse niente: questa “domanda disperata” nasconde la concezione di se stesso\, torturata e orgogliosa\, di un uomo dissolto nel “nulla” del mondo\, un nulla affollato da fantocci\, da pupi. Da fantasmi umani. Che spiano e che parlano. Parlano parole già̀ “parlate”\, consumate. E sul nostro palcoscenico\, “come trovati per caso”: un vecchio fondale “come fosse abbandonato” e pochi elementi\, “come relitti” di un salottino borghese\, e “per bene”\, dove viene rappresentato un banale “pezzetto” di vita di una “famiglia perbene” o di una “famigliaccia per bene” che fa i conti con l’assillante angoscia di dover essere “per gli altri”\, di fronte agli altri. Come se la propria vita fosse\, per statuto\, una recita per “gli altri” che sono gli spettatori ingiusti e feroci\, della propria vita. Del proprio “teatro”. Vita di uomini che non sono altro che un segno che indica il nulla\, fatto di apparenze\, di fantasmi\, di tutto quello che l’“io” è per gli altri. È l’“essere-per-gli-altri” a prendere il sopravvento perché l’“essere-con-gli-altri” è comunque il nostro “essere ineludibile”. \nCiampa “scrive”\, ha un mondo suo\, ma solo di notte\, di nascosto\, come i delinquenti\, quando “gli altri” dormono. Ma\, di giorno: Io sono la doxa\, il “si dice”. È proprio il “si dice” ad “essere” la stessa sostanza identitaria del mio “io”. È il “segno” della perversione del mondo degli altri. Quel “mondo degli altri” che percepisce il mio mondo come\, appunto\, il mio mondo (il mio essere) “appare” a lui\, a quel mondo che “non” sono “io”. Ma chi sono “io”? Chi è questo “io”? Questo “io” che è uno\, nessuno e centomila. Questo “io” è “uno” con me stesso e “un altro io” con ognuno degli altri “io” che vivono nella “società dei pupi”: questo “io” è determinato\, nel suo essere\, dalle centomila interazioni sociali\, amorose\, erotiche\, amicali che quelle “interazioni” contribuiscono a frammentare. È questo “io” fatto a pezzettini che non ha più scampo. L’unica speranza è difendere l’“io” dall’aggressione degli altri. Ma come? Ciampa usa spranghe alle porte\, catenacci\, paletti per difendere il suo “io”. Ma non ci riesce. È costretto a uscire\, a “sporcarsi le mani”\, direbbe Sartre. Esistere. Ma esistere vuol dire “mettere in gioco” se stesso. E allora la “corda civile” e la “corda seria” non servono più̀. È la “corda pazza” che scatta. E scatta per tutti. Non si può̀ difendere il proprio “io” dagli attacchi del mondo. Non è possibile uscire dal mondo\, uscire da noi stessi. Se lo facciamo siamo morti viventi. \nGabriele Lavia
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DESCRIPTION:Per Luigi Pirandello la vita è una “soglia” troppo affollata del “nulla”… E tutta la sua opera ruota attorno a questo “nulla” affollato di “apparenze”\, di ombre che si agitano nel dolore e nella pazzia. Solo “i personaggi” sono “veri” e “vivi”. Il berretto a sonagli è una tragedia della mente. Ma porta in faccia la maschera della “farsa”. Pirandello mette sulla scena un “uomo vecchio” uno di quegli uomini “invisibili”\, senza importanza\, schiacciato nella “morsa” della vita e\, poiché́ è un “niente di uomo” è trattato come se fosse niente: questa “domanda disperata” nasconde la concezione di se stesso\, torturata e orgogliosa\, di un uomo dissolto nel “nulla” del mondo\, un nulla affollato da fantocci\, da pupi. Da fantasmi umani. Che spiano e che parlano. Parlano parole già̀ “parlate”\, consumate. E sul nostro palcoscenico\, “come trovati per caso”: un vecchio fondale “come fosse abbandonato” e pochi elementi\, “come relitti” di un salottino borghese\, e “per bene”\, dove viene rappresentato un banale “pezzetto” di vita di una “famiglia perbene” o di una “famigliaccia per bene” che fa i conti con l’assillante angoscia di dover essere “per gli altri”\, di fronte agli altri. Come se la propria vita fosse\, per statuto\, una recita per “gli altri” che sono gli spettatori ingiusti e feroci\, della propria vita. Del proprio “teatro”. Vita di uomini che non sono altro che un segno che indica il nulla\, fatto di apparenze\, di fantasmi\, di tutto quello che l’“io” è per gli altri. È l’“essere-per-gli-altri” a prendere il sopravvento perché l’“essere-con-gli-altri” è comunque il nostro “essere ineludibile”. \nCiampa “scrive”\, ha un mondo suo\, ma solo di notte\, di nascosto\, come i delinquenti\, quando “gli altri” dormono. Ma\, di giorno: Io sono la doxa\, il “si dice”. È proprio il “si dice” ad “essere” la stessa sostanza identitaria del mio “io”. È il “segno” della perversione del mondo degli altri. Quel “mondo degli altri” che percepisce il mio mondo come\, appunto\, il mio mondo (il mio essere) “appare” a lui\, a quel mondo che “non” sono “io”. Ma chi sono “io”? Chi è questo “io”? Questo “io” che è uno\, nessuno e centomila. Questo “io” è “uno” con me stesso e “un altro io” con ognuno degli altri “io” che vivono nella “società dei pupi”: questo “io” è determinato\, nel suo essere\, dalle centomila interazioni sociali\, amorose\, erotiche\, amicali che quelle “interazioni” contribuiscono a frammentare. È questo “io” fatto a pezzettini che non ha più scampo. L’unica speranza è difendere l’“io” dall’aggressione degli altri. Ma come? Ciampa usa spranghe alle porte\, catenacci\, paletti per difendere il suo “io”. Ma non ci riesce. È costretto a uscire\, a “sporcarsi le mani”\, direbbe Sartre. Esistere. Ma esistere vuol dire “mettere in gioco” se stesso. E allora la “corda civile” e la “corda seria” non servono più̀. È la “corda pazza” che scatta. E scatta per tutti. Non si può̀ difendere il proprio “io” dagli attacchi del mondo. Non è possibile uscire dal mondo\, uscire da noi stessi. Se lo facciamo siamo morti viventi. \nGabriele Lavia
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SUMMARY:Il berretto a sonagli
DESCRIPTION:Per Luigi Pirandello la vita è una “soglia” troppo affollata del “nulla”… E tutta la sua opera ruota attorno a questo “nulla” affollato di “apparenze”\, di ombre che si agitano nel dolore e nella pazzia. Solo “i personaggi” sono “veri” e “vivi”. Il berretto a sonagli è una tragedia della mente. Ma porta in faccia la maschera della “farsa”. Pirandello mette sulla scena un “uomo vecchio” uno di quegli uomini “invisibili”\, senza importanza\, schiacciato nella “morsa” della vita e\, poiché́ è un “niente di uomo” è trattato come se fosse niente: questa “domanda disperata” nasconde la concezione di se stesso\, torturata e orgogliosa\, di un uomo dissolto nel “nulla” del mondo\, un nulla affollato da fantocci\, da pupi. Da fantasmi umani. Che spiano e che parlano. Parlano parole già̀ “parlate”\, consumate. E sul nostro palcoscenico\, “come trovati per caso”: un vecchio fondale “come fosse abbandonato” e pochi elementi\, “come relitti” di un salottino borghese\, e “per bene”\, dove viene rappresentato un banale “pezzetto” di vita di una “famiglia perbene” o di una “famigliaccia per bene” che fa i conti con l’assillante angoscia di dover essere “per gli altri”\, di fronte agli altri. Come se la propria vita fosse\, per statuto\, una recita per “gli altri” che sono gli spettatori ingiusti e feroci\, della propria vita. Del proprio “teatro”. Vita di uomini che non sono altro che un segno che indica il nulla\, fatto di apparenze\, di fantasmi\, di tutto quello che l’“io” è per gli altri. È l’“essere-per-gli-altri” a prendere il sopravvento perché l’“essere-con-gli-altri” è comunque il nostro “essere ineludibile”. \nCiampa “scrive”\, ha un mondo suo\, ma solo di notte\, di nascosto\, come i delinquenti\, quando “gli altri” dormono. Ma\, di giorno: Io sono la doxa\, il “si dice”. È proprio il “si dice” ad “essere” la stessa sostanza identitaria del mio “io”. È il “segno” della perversione del mondo degli altri. Quel “mondo degli altri” che percepisce il mio mondo come\, appunto\, il mio mondo (il mio essere) “appare” a lui\, a quel mondo che “non” sono “io”. Ma chi sono “io”? Chi è questo “io”? Questo “io” che è uno\, nessuno e centomila. Questo “io” è “uno” con me stesso e “un altro io” con ognuno degli altri “io” che vivono nella “società dei pupi”: questo “io” è determinato\, nel suo essere\, dalle centomila interazioni sociali\, amorose\, erotiche\, amicali che quelle “interazioni” contribuiscono a frammentare. È questo “io” fatto a pezzettini che non ha più scampo. L’unica speranza è difendere l’“io” dall’aggressione degli altri. Ma come? Ciampa usa spranghe alle porte\, catenacci\, paletti per difendere il suo “io”. Ma non ci riesce. È costretto a uscire\, a “sporcarsi le mani”\, direbbe Sartre. Esistere. Ma esistere vuol dire “mettere in gioco” se stesso. E allora la “corda civile” e la “corda seria” non servono più̀. È la “corda pazza” che scatta. E scatta per tutti. Non si può̀ difendere il proprio “io” dagli attacchi del mondo. Non è possibile uscire dal mondo\, uscire da noi stessi. Se lo facciamo siamo morti viventi. \nGabriele Lavia
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SUMMARY:Atlante linguistico della Pangea
DESCRIPTION:Nel mondo esistono “parole intraducibili”\, concetti complessi raccolti in vocaboli unici che non esistono in altri idiomi: in lingua inuktitut\, la parola iktsuarpok significa “il senso di aspettativa che ti spinge ad affacciarti ripetutamente alla porta per vedere se qualcuno sta arrivando”; in giapponese tsundoku significa “impilare un libro appena comprato insieme agli altri libri che prima o poi leggerai”; in bantu la parola ubuntu significa “posso essere una persona solo attraverso gli altri e con gli altri”. Sotterraneo ha selezionato decine di questi vocaboli – universali e culturospecifici al tempo stesso – e ha dialogato online con altrettanti parlanti madrelingua sul significato e l’uso di queste parole nella cultura di provenienza. Queste brevi “lezioni di intraducibilità” sono divenute la traccia per uno spettacolo che mette in scena le parole stesse\, trasformando un piccolo dizionario in una sorta di drammaturgia atipica. L’intero spettacolo inoltre è attraversato dall’impossibilità di dar corpo ad alcuni concetti a causa delle limitazioni Covid\, che da pure restrizioni si trasformano in una risorsa scenica in grado di mettere in campo un pensiero sulle relazioni umane e l’incomunicabilità\, ora che la nostra specie è posta di fronte alla necessità di cooperare davvero su scala globale. \n 
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SUMMARY:Supplici
DESCRIPTION:INCONTRO INTORNO A SUPPLICI\nGiovedì 26 e venerdì 27 gennaio 2023 al termine dello spettacolo | Teatro Sociale \nIncontro con la compagnia ATIR\nModera Maria Grazia Panigada\, Direttrice Artistica della Stagione di Prosa e Altri Percorsi \n«Amo i classici da sempre: con essi imparo cos’è il teatro e cos’è l’essere umano. Con i contemporanei imparo a conoscere la realtà presente e l’epoca in cui vivo. Insomma classico e contemporaneo si riguardano\, si specchiano l’un con l’altro\, si nutrono a vicenda. Come tradizione e innovazione. Da anni voglio affrontare Le supplici di Euripide: adesso è arrivato il momento di farlo. Il crollo dei valori dell’umanesimo\, il prevalere della forza\, dell’ambiguità più feroce\, il trionfo del narcisismo e della pochezza emergono da questo testo per ritrovarsi intatti tra le pieghe dei giorni stranianti e strazianti che stiamo vivendo. È incredibile quanto una scrittura che risale al 423 a.C. risuoni chiara e forte alle orecchie di un cittadino del terzo millennio. \nLa democrazia ateniese fa acqua da ogni parte\, contraddice i suoi stessi valori\, è populismo che finge di affermare i sacri valori della libertà. È manipolazione a tratti persino grossolana\, si chiama democrazia ma assomiglia troppo ad un’oligarchia. Sembra lo strumento migliore per scansare le responsabilità e restare ad ogni costo sempre e comunque impuniti. È la legge del più forte\, anche se apparentemente garantisce spazio e parola a tutti. Le supplici sono le sette madri degli eroi uccisi presso le porte di Tebe. Giungono ad Atene per implorare Teseo: recuperi i cadaveri dei vinti\, dei figli uccisi\, a costo di fare guerra a Tebe che non li vuole restituire. \nTebe sotto la tirannide di Creonte\, Atene sotto la democrazia di Teseo. Ancora una volta una stranezza: può essere la democrazia in mano ad una persona sola? Non è una contraddizione in termini?\nIl discorso tanto caro a Euripide\, che parla di pacifismo e amore tra i popoli\, di dolore e di pietà di queste madri che hanno perso i figli\, di un intero paese che ha perso i propri eroi\, si intreccia con un sottile ragionamento politico\, capace di rendere questa tragedia un unicum per l’antichità. \nSette madri\, sette attrici: Francesca Ciocchetti\, Matilde Facheris\, Maria Pilar Pérez Aspa\, Arianna Scommegna\, Giorgia Senesi\, Sandra Zoccolan\, Deborah Zuin.\nQueste attrici straordinarie\, a cui mi lega un lungo sodalizio artistico\, interpreteranno dunque il coro delle supplici e saranno anche\, di volta in volta\, i diversi personaggi della tragedia: Teseo\, l’araldo tebano\, Etra\, Adrasto\, il messaggero\, il coro dei bimbi\, Atena.\nUn rito funebre che si trasforma in un rito di memoria attiva\, un andare a scandagliare le ragioni politiche che hanno portato alla morte i figli e più in generale alla distruzione dei valori dell’umanesimo. Che siano le donne a compiere questo viaggio di ricostruzione e conoscenza mi è parso necessario e naturale». \nSerena Sinigaglia
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DESCRIPTION:INCONTRO INTORNO A SUPPLICI\nGiovedì 26 e venerdì 27 gennaio 2023 al termine dello spettacolo | Teatro Sociale \nIncontro con la compagnia ATIR\nModera Maria Grazia Panigada\, Direttrice Artistica della Stagione di Prosa e Altri Percorsi \n«Amo i classici da sempre: con essi imparo cos’è il teatro e cos’è l’essere umano. Con i contemporanei imparo a conoscere la realtà presente e l’epoca in cui vivo. Insomma classico e contemporaneo si riguardano\, si specchiano l’un con l’altro\, si nutrono a vicenda. Come tradizione e innovazione. Da anni voglio affrontare Le supplici di Euripide: adesso è arrivato il momento di farlo. Il crollo dei valori dell’umanesimo\, il prevalere della forza\, dell’ambiguità più feroce\, il trionfo del narcisismo e della pochezza emergono da questo testo per ritrovarsi intatti tra le pieghe dei giorni stranianti e strazianti che stiamo vivendo. È incredibile quanto una scrittura che risale al 423 a.C. risuoni chiara e forte alle orecchie di un cittadino del terzo millennio. \nLa democrazia ateniese fa acqua da ogni parte\, contraddice i suoi stessi valori\, è populismo che finge di affermare i sacri valori della libertà. È manipolazione a tratti persino grossolana\, si chiama democrazia ma assomiglia troppo ad un’oligarchia. Sembra lo strumento migliore per scansare le responsabilità e restare ad ogni costo sempre e comunque impuniti. È la legge del più forte\, anche se apparentemente garantisce spazio e parola a tutti. Le supplici sono le sette madri degli eroi uccisi presso le porte di Tebe. Giungono ad Atene per implorare Teseo: recuperi i cadaveri dei vinti\, dei figli uccisi\, a costo di fare guerra a Tebe che non li vuole restituire. \nTebe sotto la tirannide di Creonte\, Atene sotto la democrazia di Teseo. Ancora una volta una stranezza: può essere la democrazia in mano ad una persona sola? Non è una contraddizione in termini?\nIl discorso tanto caro a Euripide\, che parla di pacifismo e amore tra i popoli\, di dolore e di pietà di queste madri che hanno perso i figli\, di un intero paese che ha perso i propri eroi\, si intreccia con un sottile ragionamento politico\, capace di rendere questa tragedia un unicum per l’antichità. \nSette madri\, sette attrici: Francesca Ciocchetti\, Matilde Facheris\, Maria Pilar Pérez Aspa\, Arianna Scommegna\, Giorgia Senesi\, Sandra Zoccolan\, Deborah Zuin.\nQueste attrici straordinarie\, a cui mi lega un lungo sodalizio artistico\, interpreteranno dunque il coro delle supplici e saranno anche\, di volta in volta\, i diversi personaggi della tragedia: Teseo\, l’araldo tebano\, Etra\, Adrasto\, il messaggero\, il coro dei bimbi\, Atena.\nUn rito funebre che si trasforma in un rito di memoria attiva\, un andare a scandagliare le ragioni politiche che hanno portato alla morte i figli e più in generale alla distruzione dei valori dell’umanesimo. Che siano le donne a compiere questo viaggio di ricostruzione e conoscenza mi è parso necessario e naturale». \nSerena Sinigaglia
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SUMMARY:Napoli milionaria!
DESCRIPTION:PROMOZIONE LAST MINUTE\nI biglietti per l’opera Napoli Milionaria! di venerdì 27 gennaio (ore 20.00) e domenica 29 gennaio (ore 15.30) sono acquistabili al prezzo speciale di 15€!\nUna promozione last minute per te e per chi vorrai portare con te!\n\nMelodramma all’insegna dell’eclettismo musicale\, Napoli milionaria! è l’ultimo lavoro composto per il teatro lirico da Nino Rota\, ricavato dall’omonima commedia di Eduardo De Filippo e rappresentato per la prima volta al Festival di Spoleto il 22 giugno 1977. La collaborazione tra Eduardo e Rota genera un’opera più cupa e amara sia della commedia originaria\, sia della sua realizzazione cinematografica: le variazioni apportate nella drammaturgia dallo stesso Eduardo segnalano una disillusione dovuta al rendersi conto del degrado di valori in seguito alla guerra e allo scivolare verso il basso della dignità umana. La borsa nera di Napoli\, le vicende amorose tra Maria Rosaria e Johnny\, soldato americano\, la vita di una povera famiglia oltre il limite della legalità\, sono interpretati da Rota con un carattere che mantiene attenzione alla parola\, senza per questo soverchiare il canto. \nAccolta freddamente dal pubblico e censurata da quasi tutta la critica italiana dell’epoca\, l’opera è stata ripesa di recente e in parte rivalutata. Quello che sembrava un calderone tra verismo\, canzone napoletana\, frammenti di colonne sonore cinematografiche e musical americano\, ora appare una operazione in cui codici e linguaggi disuguali (musica\, prosa\, melodramma\, cinema\, danza) si contaminano e si fondono in modo spesso efficace. Non un capolavoro\, dunque\, ma un lavoro interessante\, costruito con un sapiente gioco di incastri e contenente pagine di indubbia suggestione. \nVocalmente impegnativa\, Napoli milionaria! disegna personaggi a tutto tondo\, giocando con vitali contaminazioni linguistiche a rendere il caos e lo sbandamento della vita appena conclusa la guerra. Rota rende in musica l’affresco di una Napoli dall’umanità ferita e fragile\, non solo materialmente povera\, ma che comincia a portare i segni di un’inconsapevole rovina interiore. Rota e De Filippo dimostrano in quest’opera di teatro musicale un forte impegno civile\, testimonianza del profondo e felice connubio di due grandi artisti del Novecento italiano.
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SUMMARY:Moby Dick alla prova
DESCRIPTION:Dal 31 gennaio al 5 febbraio 2023 | Ridotto Gavazzeni\nMUSE in collaborazione con PAMS Foundation\nUmanità contro\n\nIn occasione delle rappresentazioni di Moby Dick alla prova sarà visitabile nel Ridotto Gavazzeni del Teatro Donizetti l’installazione Umanità contro\, a cura di MUSE – Museo delle Scienze di Trento in collaborazione con PAMS Foundation.  \nUmanità contro racconta di noi e delle relazioni che la specie umana intrattiene\, da millenni\, con l’altro da sé e dell’irrefrenabile pulsione a distruggere e prevaricare. Giocando sulla mutevole prospettiva del fruitore rispetto alle illustrazioni di cetacei curate dall’artista Sara Filippi Plotegher\, l’installazione propone una rilettura della lotta tra Achab e Moby Dick offrendo una nuova prospettiva rispetto alla più rilevante sfida della contemporaneità: un nuovo rapporto con la natura che deve prima di tutto passare per una ‘resa dei conti’ interna alla nostra specie.   \nAll’interno dello spazio semicircolare dell’istallazione\, la caccia alla “balena” viene letta nell’ambito della grande defaunazione in corso. Ecco che la storia di una specie marina diviene emblema di un modo sistemico di operare da parte dell’umanità.\nAlla fine dell’esperienza\, gli spettatori riceveranno un adesivo che potrà essere collocato su grandi balene illustrate. Affidando a questi cetacei un pensiero\, una riflessione\, il messaggio viaggerà con “Moby Dick alla prova”\, di teatro in teatro e poi fino al MUSE\, a Trento\, costruendo la storia collettiva dell’installazione. \n\nL’istallazione è visitabile\, nei giorni di spettacolo\, da martedì a sabato dalle 20.00 e domenica dalle 15.00\, fino al termine dello spettacolo\, esclusivamente dai possessori del biglietto per “Moby Dick alla prova”. \n\n\n\n\nScopri di più sul progetto\n\nMoby Dick alla prova\, scritto (oltre che\, a suo tempo\, diretto e interpretato) da Orson Welles\, è lo spettacolo a cui Elio De Capitani ha lavorato nel corso dell’inverno del 2020/21 e che è giunto al debutto l’11 gennaio ’22 all’Elfo Puccini di Milano\, ottenendo un notevolissimo successo. \n«Il testo di Welles\, inedito in Italia\, è un esperimento molteplice\, sottolinea il regista. Blank verse shakespeariano\, una sintesi estrema del romanzo\, personaggi bellissimi\, restituiti in modo magistrale e parti cantate. Noi abbiamo realizzato questo spettacolo ‘totale’\, con in più la gioia di una sfida finale impossibile: l’apparizione del capodoglio. E con un semplice trucco teatrale siamo riusciti a crearla in scena». \nLa produzione di questo spettacolo di dimensioni corali vede associati il Teatro dell’Elfo e il Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale. \nIn scena accanto a De Capitani (che interpreta Achab\, padre Mapple\, Lear e l’impresario teatrale)  troviamo Cristina Crippa\, Angelo Di Genio\, Marco Bonadei\, Enzo Curcurù\, Alessandro Lussiana\, Massimo Somaglino\, Michele Costabile\, Giulia Viana\, Vincenzo Zampa. Il cast salda le eccellenze artistiche di tre generazioni di interpreti. La musica dal vivo di Mario Arcari e i canti diretti da Francesca Breschi (vibranti rielaborazioni degli sea shanties) riempiono intensamente la scena generando emozioni profonde\, in uno spazio dominato da un fondale enorme\, eppure leggero\, cangiante e mutevole\, capace di evocare l’immensità del mare e la presenza incombente del capodoglio. \nOrson Welles portò al debutto il suo testo il 16 giugno 1955\, al Duke of York’s Theatre di Londra. Lo mise in scena in un palco praticamente vuoto\, scegliendo di non dare al pubblico né mare\, né balene\, né navi. Solo una compagnia di attori e se stesso in quattro ruoli\, Achab compreso. E vinse la sfida di portare in teatro l’oceanico romanzo di Melville gettando un ponte tra la tragedia di Re Lear e Moby-Dick: l’ostinazione del re – che la vita\, atroce maestra\, infine redimerà – si rispecchia in quella irredimibile\, fino all’ultimo istante\, dell’oscuro e tormentato capitano del Pequod. \nSplendidamente tradotto per l’Elfo dalla poetessa Cristina Viti\, il copione di Welles restituisce con forza d’immagini la prosa del romanzo.
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